lavoro psy terapeuta
Psicologia, Psicoterapia

Psicoterapia: come e perché funziona (ma funziona?)

insalataVerrebbe da dire “non si può chiedere al verduraio se le sue patate sono buone, cosa mai potrà risponderci?” Eppure il mio verduraio è ancora uno di quelli che tratta i suoi clienti con un occhio  di riguardo, per cui se gli chiedo l’insalata gentilina posso sentirmi dire sottovoce, come tra cospiratori “No, guardi, oggi le dò quest’altra…”.

E allora pensiamo di essere qui intorno al mio blog come degli amici a cui parlare schiettamente: la psicoterapia non funziona sempre. E non sempre perchè il paziente “resiste”.

Innanzi tutto bisogna dire, semplificando brutalmente, che ci sono due tipi di psicoterapia: quella farmacologica e quella psicologica. farmaciGli psicologi tipo me, tendono a non considerare psicoterapia quella farmacologica, ma a vederla solamente come un modo di trattare la parte mentale del corpo umano a livello medico, cioè ad occuparsi sostanzialmente di eliminare i sintomi scomodi – il che non è affatto poco, soprattutto quando i sintomi sono altamente invalidanti e corrispondono a uno stato che non si sa diversamente guarire, a esempio certe patologie gravi come la schizofrenia. Non sempre vanno insieme, ma non sempre sono in contrasto. Dipende.

Parliamo qui della psicoterapia psicologica, poiché di questa sono esperta. Anch’essa possiamo dividerla in due grandi “aree” quella “telodicoio” e quella “melodicitu”. La seconda potrebbe anche integrarsi con il titolo “celodiciamoinsieme”.

lavoro psy terapeutaDel primo tipo fanno parte le terapie direttive, come la comportamentista, la cognitivo/comportamentale, la strategica e vari derivati. Della seconda quelle psicodinamiche ed energetiche.

PERO’, questa è una suddivisione del tutto accademica, perchè io ancora non ho trovato un collega davvero bravo che non usi un po’ e un po’, secondo la situazione e le esigenze del paziente. In questi ultimi dieci anni in particolare, le metodiche si sono molto “contaminate” l’un l’altre, col risultato che si vedono gli uni sentire bisogno e nostalgia dei metodi degli altri… forse così si arriverà nei prossimi decenni a un modo meno rigido e limitato di affrontare il prendersi cura della mente. E’ da augurarselo, soprattutto se si tiene presente che in questo campo – come del resto in tutti i campi della vita umana – qualsiasi scoperta o tecnica seriamente sperimentata, non è mai in alternativa ad un’altra, bensì la integra e amplia la visione complessiva.

meccanismi condivisiQuante questioni sarebbero risolte se si tentasse la strada del “e/e” anziché praticare  “o/o” come infine si fa, in barba alle dichiarazioni della “bellezza e ricchezza della diversità”!

Digressione filosofica, riprendiamo.

Quindi si potrebbe dire, secondo me, che la psicoterapia funziona quando la persona è pronta per intraprendere un cammino di cura di sè, e  in sintonia con il metodo utilizzato. Bisogna anche precisare, però, che è verificato quanto importante sia il rapporto che si instaura tra terapeuta e paziente, che deve contemplare la fiducia senza però abbandonare la capacità critica.

Quello che è necessario mettere in atto è una ristrutturazione del proprio pensiero e del modo di vedere se stessi e gli altri, nonchè la vita e le relazioni che comporta. Mica poco. Epperò la nostra mente segue dei modelli e dei percorsi di pensiero che possono anche subire interferenze e rigidità, fonte infine di disagio e di sofferenza, poiché si crea un conflitto tra la realtà e il modo di vederla e interpretarla.

lavoro psy3Si potrebbe infatti definire la sofferenza psichica il risultato di un conflitto tra la Verità (la propria essenza, il proprio essere e i propri bisogni) e la sua interpretazione (i modelli di riferimento, gli stereotipi, i “dover essere”). Il disagio, la “malattia” esprimono così una disarmonia in atto, ci segnalano un tradimento di noi stessi in atto, e quindi la necessità di cambiamento. Ma poichè il cambiamento a volte spaventa oppure non viene neppure concepito come giusto e possibile dalla parte razionale e “bene educata” di noi, ecco che si manifesta la sofferenza più o meno forte, più po meno passeggera, ma perfettamente proporzionata al grado di disarmonia in atto.

Diventa quindi chiaro perché la psicoterapia – che ha come obiettivo il cambiamento più o meno profondo – non può funzionare in modo meccanico, ma abbisogna di una collaborazione effettiva della persona e non solo della capacità di guida e di sostegno del terapeuta.

lavoro psyLa complicazione sta anche nell’effettiva collaborazione, nell’effettiva volontà di cambiamento. Perché se è pur vero che soffrire non piace a nessuno, è anche vero che lo stato che origina la sofferenza può portare anche una qualche forma di “vantaggio” più o meno consapevole: ad esempio può soddisfare una richiesta di attenzione, può generare delle risposte o dei comportamenti che sono approvati e/o vantaggiosi… per cui, in qualche modo, spesso inconsapevole, la persona “sceglie” di rimanere nel suo disagio in nome dei “vantaggi” che questo procura. A volte la psicoterapia ha il semplice compito di rendere evidenti questi “vantaggi” sicché la persona possa comprendere quanto siano effettivamente tali, cioè se valga davvero la pena di pagare quel prezzo in nome di certi risultati.

La consapevolezza risulta quindi essere un’altro obiettivo della terapia psicologica, per rendere possibile una scelta più chiara.

E allora… la psicoterapia non è un farmaco che agisce senza il nostro contributo, consapevole o inconscio. Seppure anche in ambito medico/farmacologico ci sarebbe molto da considerare rispetto alla necessità collaborativa. Ma questo sarà un altro post…

effetti collaterali

Rispondi