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Life counseling, Ricerca di senso, Riflessioni

La ricerca della felicità

Consapevolmente o meno, tutti ricerchiamo la felicità. Se torniamo indietro nella memoria, a un tempo in cui non c’erano progetti, se abbiamo avuto la fortuna di una famiglia normale e affettuosa, ricorderemo certamente, quanto meno momenti di intensa percezione di uno stato felice.

Corrispondeva innanzi tutto alla soddisfazione di bisogni primari, quelli che tengono il fisico e la psiche in uno stato di benessere, senza carenze. Ma non solo.

felicità3Forse proprio questo, l’episodica carenza di soddisfazioni primarie, può averci indotto a pensare che la felicità fosse qualcosa da raggiungere e da conquistare. Sicuramente la cultura circostante ha poi contribuito a formare questo pensiero, l’osservare tutti gli adulti intorno a noi indaffarati e affannati, immersi nella costante ricerca di beni e di stati da acquisire o da conservare.

Così abbiamo finito per credere che la felicità fosse una conquista, legata a forme e a cose, a status e a riconoscimenti, e ci ha avviati in un percorso di progetti, di lotta e di sforzo. In questo certo sostenuti dalle esortazioni di genitori, amici, parenti e quanti altri fossero persone amate e stimate.

Poi, puntualmente, man mano che gli obiettivi venivano raggiunti, ci siamo accorti con crescente sconcerto che la felicità sfuggiva, dopo un breve istante di soddisfazione.

Allora abbiamo “alzato il tiro” cercando conseguimenti sempre più alti – fossero essi mentali, fisici, affettivi – secondo personali criteri e parametri di giudizio. Oppure, o anche, abbiamo creduto che coltivare le nostre abilità, qualità, migliorìe, potesse essere la strada giusta. Ma ancora nulla: la felicità continua a sfuggire, elusiva, come l’acqua tra le dita. O peggio, man mano che ci sfugge diventiamo sempre più dubbiosi e portati a credere che sia irraggiungibile e illusoria.

felicitàQuale sarà la chiave?

FELICE – Etimologia: ← dal lat. felīce(m), corradicale di fecŭndus ‘fecondo’; propr. ‘che produce frutti, fertile’.

Se produciamo frutti siamo felici?

In effetti succede di sentirsi davvero felici quando qualcosa nasce da noi: che sia un’opera o un bimbo, la sensazione è fortissima e bella.

Oppure ci sentiamo felici quando siamo immersi nell’amore, sia esso dato o ricevuto, a volte più dato che ricevuto… del resto sappiamo che l’amore è per sua natura fecondo.

felcità cucciolo caldoO anche…. ecco, possiamo provare a riflettere sui momenti davvero felici che abbiamo vissuto, ma proprio pieni e totali, distinguendoli dalle sensazioni di soddisfazione, di sollievo, di compiacenza, di appagamento e di successo. Emozioni degnissime e auspicabili, ma così lontane dalla vera felicità… Una riflessione che può risultare più complessa di quanto si creda, e molto discontinua: a momenti ci sembrerà che questo o quello ci abbia “fatti felici”, altri di non aver mai provato un vero momento di felicità, e facilmente potremmo trascurare di segnalarci quegli istanti di assoluta pienezza (in che  altro modo definirli?), perché troppo brevi, o “strani”, o diversi dal concetto di felicità che abbiamo fin’ora maturato. Ci sembreranno “minori”, trascurabili, casuali e poco incidenti e significativi nell’economia generale della vita.

Eppure in quei momenti, si sente che se fosse così sempre, se durasse quello stato interiore (a prescindere dalle cose e circostanze), allora sì, sarebbe il paradiso.

felice-anno-nuovo-ricordando-charlie-brown-L-jC07y5Il Buddha, diversi secoli fa, arrivò a definire la causa del dolore nel desiderio, invitando a superarlo per raggiungere lo stato di felicità. E tuttavia – come in molte filosofie e religioni – coloro che poi lo seguirono non sempre compresero appieno la sostanza del messaggio e lo tramutarono in una sorta di repressione e di passività.

La natura del desiderio è “tendere verso” , la natura della felicità sembra corrispondere a “essere” e basta. Così quel che è da togliere sarebbe la tensione verso conseguimenti di varia natura, e proprio il “togliere” (preoccupazioni, tensioni, ostinazioni, ecc.) lascerebbe emergere lo stato originario dove felicità corrisponde a fecondità: se proprio vogliamo entrare nel campo del “fare”, qual che ci serve è “creare”.

Assomiglia all’indicazione contenuta nella parabola dei talenti del Vangelo; all’invito a lasciar cadere illusioni e ambizioni dei testi buddisti, e chissà quante altre filosofie e religioni potremmo trovare a dirci le stesse cose, anche se in parole differenti.

scala felicitàQuindi abbiamo due indicazioni, dalle maggiori filosofie conosciute: il buddismo ci invita ad abbandonare, il cristianesimo ci invita a impiegare i talenti. Due indicazioni che potrebbero sembrare in antitesi, ma lo sono poi davvero?

Proviamo a immaginare come può essere abbandonare tensioni verso e contemporaneamente utilizzare quanto già abbiamo: nessuna contraddizione, direi! Anzi ne risulta qualcosa di fluido, elegante e gioioso come una danza.

Non credo importi se questo stato registri anche momenti di sconforto,  periodi bui, sentimenti di scoramento e di stanchezza: la nostra umanità si incontra con molte prove e  circostanze difficili. Purtuttavia la felicità è sempre lì: uno stato dell’essere sottostante a qualsiasi maroso di superficie.

Pare che la felicità sia anche contagiosa.  I ricercatori della Harvard University hanno scoperto che quando una persona diventa felice, un amico che le vive vicino ha una probabilità del 25 per cento in più di diventarlo anche lui. Se lo dicono loro…

 

“Che farci se, svoltando l’angolo della vostra strada vi sentire sopraffatte d’improvviso da un senso di felicità – una felicità assoluta – come se aveste inghiottito un frammento luminoso di questo tardo sole pomeridiano, che vi arda giù nel fondo, mitragliandovi di una piccola gragnuola di raggi in ogni particella, in ogni dito della mano e del piede?”
(Katherine Mansfield)

 

 

loto

 

“C’è una grande felicità nel non volere, nel non essere qualcosa, nel non andare da qualche parte.”
(J Krishnamurti)

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