the counselor
Psicologia, Psicoterapia

Ancora counseling: un’ossessione?

the counselorSembra davvero l’argomento del giorno. In effetti lo è nel mondo delle professioni psicologiche.

Dopo lunghe battaglie e controbattaglie, una recente sentenza del TAR del lazio ha escluso Assocounseling (e tutti i counselor con lei) dall’elenco delle professioni non regolamentate  che sono ammesse dalla legge  4/2013.

In pratica significa che i counselor, così come Assocunseling in quanto portavoce ha definito,  non sono più una professione consentita dalla legge perchè – come sono stati a suo tempo descritti – si sovrappongono a una professione regolamentata da tanto di albo, che è il dottore in psicologia (detto anche junior: laurea trennale più iscrizione all’albo) e lo psicologo (laurea triennale, più magistrale di due anni, più esame di stato, più iscrizione all’albo). Cioè se esercitano quello che dicono di esercitare, esercitano abusivamente la professione di psicologo.

Magari il problema è solo nella definizione di “cosa si fa” , perchè detto com’è oggi (e guardacaso chi lo dice sono i docenti delle scuole di counselling, che nei casi migliori hanno quasi  sempre un retroterra psicologico e psicoterapeutico), è praticamente lo stesso di quello che fa uno psicologo. Lo dice la legge, non io.

lucy counselorInoltre , siccome la professione di counselor non è regolamentata, di fatto nessuno può proibire a una persona anche priva di totale formazione, o dotata di qualche corsetto da w.e.,  di definirsi “counselor” e ricevere clienti. Le persone non sono tutelate,  non hanno la garanzia della formazione di chi li accoglie.

Un esempio: se una persona si definisce “medico” o “psicologo” (o “architetto” o “geometra”, cioè chiunque appartenga a una professione regolamentata dalla legge) ed esercita queste professioni, significa che ha fatto la prevista formazione, l’esame di stato ed è iscritto al proprio albo. Se non ha questi requisiti è passibile di denuncia e forti sanzioni per abuso dell’esercizio professionale. Un counselor no. Chiunque può dire “sono un counselor” anche se privo di formazione, e non avere nessuna sanzione, perchè non esiste una normativa e un albo che lo definisce legalmente.

La variegata realtà dei conselor italiani oggi è:

– alcune scuole si sono date un’auto-regolamentazione condivisa, con uno standard di formazione triennale e un tirocinio, si sono riunite in associazioni di categoria ed erano state inserite nell’elenco delle professioni non regolamentate abilitate a esercitare. Queste rilasciano un attestato ai sensi di questa legge, ma la sentenza del TAR  recente li ha visti esclusi dagli elenchi per i motivi descritti sopra. Hanno un costo di frequenza simile alle università private che hanno i corsi di laurea triennali di psicologia.

chi è counselor– moltissimi docenti, associazioni, enti, organizzano corsi brevi, week end intensivi, seminari ecc. e rilasciano un attestato di counselor, perchè non essendoci una legge in merito possono farlo. E’ come se io dicessi che sono una allevatrice di cani: nessuno me lo può negare, non esiste una scuola obbligatoria per gli allevatori (mi sembra…) quindi è solo la prova pratica che mi può qualificare. Posso studiare in tante scuole per anni oppure nulla, non ci sono obblighi. Gli allevatori formati e di esperienza possono protestare quanto vogliono: non sono perseguibile per legge.

Naturalmente Assocounseling ricorrerà in appello, e non si sa come (e se) finirà la diatriba annosa, e in che modo sarà infine sanata.

Di certo si deve notare che la definizione di counselor e dei suoi compiti è onestamente troppo simile a quella di psicologo sia junior che senior: tutti ascoltano, tutti sostengono, tutti aiutano a definire problematiche e soluzioni, tutti si occupano di benessere e crescita personale, non solo di clinica come gli psicoterapeuti (che hanno una specializzazione quadriennale dopo la laurea quinquennale dello psicologo). Quindi non vale: c’è un albo dal 1989, un excursus formativo e una regolamentazione che deve essere rispettata. Diciamo la cruda verità: i portavoce dei counselor non hanno saputo definire la loro professione in termini chiaramente differenti da quella degli psicologi junior e persino senior. Questo il punto che sancisce il TAR. Poi c’è il problema del divieto a insegnare strumenti della professione a non psicologi (previsto dalla legge 56/89 non imposto dagli ordini professionali, come si legge da parte counselor!), ma si apre altra e articolata diatriba.

io possoStranissima questione molto italiana: la psicologia come risorsa di benessere e di attivazione di risorse è così tanto misconosciuta che persino i counselor si autodefiniscono nell’ambito del disagio anzichè puntare più decisamente verso il potenziamento delle risorse. Sì, certo, si dice che il compito del counselor è sostenere le soluzioni e le possibilità (come per tutta la psicologia umanistica peraltro), ma sempre a partire da un disagio. Forse perchè è illusione che possa aver bisogno di chicchessia chi non ha qualche tipo di sofferenza, e quindi non ci sarebbe di fatto clientela?

D’altronde i miei amici docenti di counselor (ebbene sì, ne ho, sono colpevole…) dicono: “noi formiamo, l’università informa”.  Esistono però delle università private che si muovono in tutt’altro modo… il che non si sa se può consolare per la presenza di una formazione “legale” adeguata, o raccapricciare per la voragine qualitativa che inghiotte inesorabilmente la scuola pubblica di ogni ordine e grado. La questione  economica incide per molte facoltà, ad esempio quelle umanistiche, dove frequentare una scuola privata comporta  una spesa circa raddoppiata per le fasce di reddito medio, quasi 10 volte di più per quelle di reddito basso, senza contare i benefit del pubblico: borse di studio, residenze universitarie, agevolazioni varie.

E’ quindi una questione meramente economica? La qualità costa e si paga, certo. E quindi al pubblico non resta che difendere l’esclusiva  legale? Troppo semplice.

In realtà ci sono anche interessi economici e di potere piuttosto alti in gioco.  Il bisogno di psicologia del benessere distinta dalla clinica è in crescita, e la crisi economica spinge molte persone a frequentare varie scuole, specie quelle che sembrano alimentare la speranza di un’apertura lavorativa, quindi “c’è mercato di allievi”,  detta crudamente.

E quindi? Come finirà?

no pasaranPer ora ci si “scanna tra poveri” : psicologi accusati di protezionismo e cecità, counselor accusati di abuso. Si fa appello al resto d’europa (che però ha dei retroterra formativi molto diversi dai nostri) per rivendicare il counseling, dimenticando che ogni nazione è ancora sovrana al suo interno, e ci mancherebbe vista la diversità di percorsi, di impostazione, di cultura (prova a essere ingegnere e voler esercitare  in germania…). Nel merito si veda l’interessante (e lunghissima) discussione qui: http://www.orientamento.it/indice/orientamento-it/ (1).  Da parte “psicologi” si difende una specificità che viene inflazionata dai counselor.

Del resto oggi in italia ci sono 83.000 psicologi iscritti all’Albo (qualche fonte riporta 100.000), cioè circa 1 ogni 700 persone, neonati compresi: come si dice, lo psicologo di condominio.

In effetti le questioni sono complesse e come sempre le ragioni ci sono da entrambe le parti. Il mio parere, per quel che vale: integriamo. La formazione/informazione universitaria non è così carente di pratica come si dice, ma neppure è sufficiente. Le scuole di counseling sono più libere di immettere contenuti esperienziali preziosi, ma di per sè non sono sufficienti per un sostegno psicologico serio, che sia orientato alla crescita personale, alla chiarificazione dei momenti di empasse di vita, al prendersi cura fino a curare disagi più o meno profondi. Prendersi cura non è solo stare in ascolto, e neppure sapere di neurofisiologia, bensì l’uno integra l’altro: come si fa a mettere confini alle necessità della psiche? I primi a doverlo riconoscere sarebbero gli “olistici”, molti dei quali  fanno per l’appunto tanti “corsi brevi” da counselor…. E come si fa a gestire ogni sorta di problema che può essere portato dai clienti se non si hanno neppure gli strumenti per riconoscerlo?

school counselorPer me: laurea in psicologia con due specializzazioni: psicoterapia per la clinica, counseling per la.. consulenza, appunto, che è un’arte complessa e finalizzata a specifiche areee, compreso il lavoro, l’orientamento, la leadership… (così cominciamo a mettere mano anche ai coach, trainer & C…. chissà perchè ancora intoccati). Inoltre accessibile anche alle altre professioni di aiuto: educatori, assistenti sociali, insegnanti, medici… l’ascolto e il problem solving sono davvero un’abilità imprescindibile nel bagaglio di chi sta in una relazione di cura e di sostegno. E, a maggior tutela dei clienti e pazienti, l’obbligo di esporre i propri titoli e di consegnare il proprio curriculum formativo al cliente, per tutte le professioni di aiuto, insieme al consenso informato anch’esso da rendere obbligatorio per tutti.

Curiosamente ho scoperto che, spontaneamente, molti studenti fanno già così: universitari di psicologia, contemporaneamente o dopo la laurea frequentano  corsi di counseling. Che il buon senso infine prevalga?

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(1) nella discussione è fra l’altro contenuto un bell’esempio: se voglio fare il muratore devo sapere come sono fatti i mattoni e come li devo usare (= formazione universitaria), ma poi ci vorrebbe un’acquisizione di competenza, una formazione pratica in cui il muro lo tiro su davvero (= scuole di counseling) perchè tirocinio ed esame di stato dello psicologo non sono sufficienti.

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